È un giorno tranquillo quello di domenica 19 luglio 1992, a Palermo. Uno dei simboli della lotta alla mafia, Paolo Borsellino, insieme alla sua famiglia sono andati alla loro casa al mare a Villa Grazia, località vicino il capoluogo siciliano. Il giudice si è allontanato con una barchetta di un suo amico a largo. È una giornata tranquilla, anche per la scorta, che segue tutti i passi del Procuratore. Da quando Giovanni Falcone è stato assassinato a Capaci (23 maggio 1992), lo Stato ha aumentato il numero degli uomini che proteggono un predestinato al tritolo di Cosa Nostra. Ma di poliziotti, carabinieri e finanzieri che vogliono proteggerlo sono in tanti, si presentano a gruppi sotto casa sua, Borsellino li ringrazia e dice una frase come se l’avesse imparata a memoria: “non c’è già troppa gente che rischia la vita per me?”. Il magistrato che da cinquantasette giorni sta chiedendo in continuazione con ogni mezzo possibile di essere ascoltato dai suoi colleghi di Caltanissetta, che si occupano della morte del suo amico, si prepara per andare a Palermo. Dei suoi movimenti ne sono a conoscenza solo pochissime persone: familiari e scorta. Per fare un esempio dopo la strage di Capaci, in occasioni di eventi pubblici non viene data neanche l’idea che lui possa presenziare. I partecipanti una volta sul posto si ritrovano auto blindate e pistole in pugno agli agenti. È andata così anche quella calda domenica di metà luglio, dove i residenti di via Mariano d’Amelio non si aspettavano di essere catapultati ad uno scenario della Beirut del 1983. In quella via ci abita la madre di Paolo, e come spesso accade lui la va a trovare. Da un punto di vista di sicurezza quella strada ha due difficoltà oggettive: la prima, è una strada chiusa e di conseguenza c’è una sola via d’uscita; la seconda, è un tappeto di macchine parcheggiate e rappresenta un grave pericolo. Proprio su quest’ultimo sono mesi che il caposcorta chiede alla Prefettura di sgomberare la strada e lasciare una pattuglia fissa delle forze dell’ordine. Non accade assolutamente nulla, è cosa nota che il giudice sia solito recarsi a casa della madre molto spesso. Il corteo arriva sul posto e gli agenti Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina scendono dalle macchine e bonificano l’area antistante al cancello, un altro agente, Antonio Vullo, rimane alla guida della prima blindata ad un paio di metri dal cancello. In mezzo a loro c’è anche una giovane poliziotta, si chiama Emanuela Loi, tra due giorni si sposerà ma il destino gli riserva un altro futuro. Passano il primo citofono, e Borsellino con una sigaretta in mano appena accesa ed il dito dell’altra sul secondo citofono suona ed un forte boato sconvolge quella giornata. Una fiat 126 rossa parcheggiata accanto al cancello esplode portandosi via con sé l’ultima speranza che la gente aveva riposto nelle istituzioni. Antonio Vullo rimane ferito, ma è in stato confusionale. Scende dalla macchina con l’arma d’ordinanza in pugno e cammina sopra i detriti avvolto da una nube nera. Al di là della nube vede un piccolo spiraglio di luce contrassegnato dalle luci blu della prima volante della polizia accorsa sul posto. Gli agenti lo riconoscono lui si avvicina e nel fare il primo passo calpesta la mano mozzata di uno dei suoi colleghi, in quel momento capisce di essere l’unico sopravvissuto e che non c’è stato niente fare per loro e per il giudice. Una densa fiamma nera si alza e colora la città di Palermo. Nelle ore che seguono arrivano i vigili del fuoco e le forze dell’ordine. Ma la cosa più importante è che la magistratura è tutta lì, sta cercando di capire cosa fare. È un intrecciarsi tra agenti del ROS, della DIGOS e del GICO che si domandano a chi spetti la gestione delle indagini. Rimane indelebile l’immagine dell’espressione del Procuratore Capo di Palermo, Pietro Giammanco, che è senza parole sul luogo dell’attacco. Ma tornando al luogo dell’attentato emergono dei dettagli non poco rilevanti che daranno e danno filo da torcere agli inquirenti da trentatré anni. Quella domenica, come era suo solito fare, Borsellino esce di casa portandosi con sé l’“agenda rossa”, di cui tanto si parla. Perché domandarsi e chiedersi che fine ha fatto? Al suo interno c’erano tutte le rivelazioni che alcuni collaboratori di giustizia avevano deciso di fare dopo il 23 maggio, ma solo al dottor Borsellino. Era un susseguirsi di appunti e annotazioni che avrebbero potuto cambiare la storia del nostro Paese, ed invece così non fu. Nella confusione generale l’agenda rossa sparì. Nel corso degli anni sono state seguite varie piste ma nessuna ha portato da qualche parte. Sulla strage di via d’Amelio sono stati istituiti quattro processi diversi, tutti passati in giudicato. Ma la verità non l’ha saputa accertare neppure la magistratura fino in fondo, e chissà quando lo farà. Vennero organizzati due funerali differenti: di Stato per gli agenti rimasti uccisi, e privati per Paolo Borsellino. Nel primo caso, sono rimaste nella memoria collettiva le immagini del Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, che assediato dai partecipanti viene portato via con difficoltà dalla sua scorta. Il motivo? Gli appartenenti alle forze dell’ordine sono arrabbiati, con la magistratura, con la politica e con le istituzioni che questi devono salvaguardare quel giudice che tanta speranza aveva dato (insieme a Falcone) a quella terra, e a quei ragazzi della scorta; questi avevano commesso solo un errore – se così si può dire – quello di svolgere il proprio lavoro fino alla fine. Esternamente alla chiesa i palermitani hanno varcato le linee di sicurezze ed intonano all’unisono un coro: “fuori la Mafia dallo Stato!”. Non fu una bella immagine quella dove la più alta carica dello Stato dovette andare via perché non era gradito, ma stiamo parlando di un clima teso. Un clima dove i palermitani, e tutti i siciliani, si erano stancati di quel sistema. Ora ho capito a cosa si riferisse Nino Di Matteo (Sostituto Procuratore della DNA, con riferimento alla mia domanda su cosa l’avesse spinto ad entrare in magistratura) quando qualche mese mi disse testuali parole: “in quella Palermo così disperata nasceva, soprattutto tra i giovani, una voglia di riscatto. Un riscatto dell’immagine della propria terra”. Ecco quel grido disperato (“Fuori la Mafia dallo Stato!”) cosa significava per quelle persone; forse con il tempo lo abbiamo dimenticato un po’ tutti che cosa significhi combattere le Mafie. Mentre, durante i funerali di Paolo Borsellino di politici non se ne vedono, neppure di magistrati se non quelli che gli erano stati veramente amici. Ed in questo caso i cori della folla non sono contro lo Stato, ma sono per lo Stato. Uno Stato fatto di uomini giusti, come Falcone e Borsellino, che hanno fatto della giustizia la loro vita. “Paolo, Paolo…” grida la gente, all’infinito, come se non fosse abbastanza. Come se in quel “Paolo” ci fosse ogni singolo grazie di tutti i palermitani, siciliani, italiani, gente onesta che ci ha creduto (veramente) e lo ha supportato. Ma lui, Paolo, dopo la morte di Falcone sapeva. Si lo sapeva che c’era il tritolo ad attenderlo. Lui sapeva fin troppo e per questo ecco qua che siamo a parlare della strage di via d’Amelio. Borsellino usò una frase: “adesso tocca a me”. Forse in questa frase c’è un monito nascosto: adesso toccherà a voi fare la vostra parte.
Di Mattia Muzzurru
Fonti:
- “Era d’estate”, a cura di R. Puglisi e A. Turrisi, Palermo, 2010, Pietro Vittorietti Edizioni;
- https://www.eurekapress.eu/nino-di-matteo-siamo-in-guerra-con-le-mafie/