Le midterm sono le elezioni di metà mandato che si tengono negli Stati Uniti ogni quattro anni, a novembre, esattamente a metà del quadriennio presidenziale. Prevedono il rinnovo dell’intera Camera dei Rappresentanti e di un terzo del Senato, e storicamente rappresentano il momento in cui gli americani esprimono il proprio giudizio sull’operato del presidente in carica. Non si vota per la Casa Bianca, ma l’effetto è quasi sempre lo stesso: se il presidente è impopolare, il suo partito ne paga le conseguenze. È una dinamica che si ripete con una regolarità quasi meccanica, e che i repubblicani stanno oggi guardando con crescente preoccupazione.
Il sondaggio Washington Post-ABC News-Ipsos, condotto tra il 24 e il 28 aprile su un campione di 2.560 adulti americani con margine di errore di due punti percentuali, offre un quadro che difficilmente può essere ignorato. Il tasso di approvazione di Donald Trump si attesta al 37%, in calo rispetto al 39% di febbraio. La disapprovazione raggiunge il 62%: il livello più alto registrato nell’intero arco dei suoi due mandati. Trump risulta in negativo su ogni singolo tema misurato dal sondaggio. Nessuna eccezione.
I numeri sull’economia sono quelli che dovrebbero preoccupare maggiormente la Casa Bianca. Trump ha costruito la propria identità politica sulla promessa di prosperità economica: meno tasse, meno regolamentazioni, dazi a protezione del lavoro americano. Era il suo argomento più forte, quello che aveva convinto milioni di elettori indipendenti e moderati a tornare a votarlo nel 2024. Oggi, il 65% degli americani disapprova la sua gestione dell’economia, un record assoluto in entrambi i mandati, e un dato pressoché identico al peggior risultato mai registrato da Joe Biden su questo fronte nel settembre del 2023. In altre parole, Trump è arrivato allo stesso punto che aveva segnato la fine politica del suo predecessore. Sull’inflazione la situazione è peggiore: il 72% disapprova, in salita dal 65% di febbraio. Sulla gestione del costo della vita in generale, solo il 23% degli americani promuove il presidente, contro un 76% che lo boccia.
Il detonatore di questo crollo è la guerra con l’Iran, avviata a fine febbraio con l’operazione militare americana ribattezzata dalla Casa Bianca “Operation Epic Fury”. Il conflitto ha avuto un impatto immediato e devastante sui mercati energetici globali: il 4 marzo 2026, con la chiusura dello Stretto di Hormuz, il Brent è schizzato oltre i 120 dollari al barile — un aumento di oltre il 55% rispetto ai 72 dollari del 27 febbraio — e l’Agenzia Internazionale dell’Energia ha definito quanto avvenuto “la più grande interruzione dell’offerta nella storia del mercato petrolifero globale”. La produzione combinata di Kuwait, Iraq, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti è crollata di almeno 10 milioni di barili al giorno. Il prezzo della benzina negli Stati Uniti ha raggiunto i 4,39 dollari al gallone, con un incremento del 47% da fine febbraio. La benzina, negli USA, vale più di quello che costa: è il prezzo che si vede ogni giorno passando davanti a una stazione di servizio, il termometro più immediato dell’umore dell’americano medio e del giudizio sul presidente. Trump lo sapeva benissimo, lui stesso lo aveva usato come arma contro Biden per anni. Ora quella stessa arma gli si è rivoltata contro.
Il 66% degli americani disapprova la gestione del conflitto da parte di Trump, e una maggioranza ritiene che il ricorso alla forza militare sia stato un errore. Il portavoce della Casa Bianca Kush Desai ha definito le conseguenze economiche “disruzioni temporanee”, garantendo che “l’economia americana rimane su una traiettoria solida”. Gli economisti la vedono diversamente: secondo le stime della Dallas Fed, anche nello scenario più ottimistico — con lo Stretto di Hormuz riaperto entro un trimestre — la guerra avrà alzato l’inflazione americana di almeno 0,6 punti percentuali nel 2026, con effetti che si prolungheranno ben oltre la fine del conflitto. Il 65% disapprova anche la gestione delle relazioni con gli alleati storici; il 66% ritiene che il paese stia andando nella direzione sbagliata. Mentre il conflitto devastava l’economia reale, alcuni legislatori americani hanno movimentato i propri portafogli azionari in maniera quanto meno sospetta, un fenomeno che chi segue questo giornale conosce bene e su cui mi sono soffermato in un articolo precedente.
La composizione interna del sondaggio aggiunge un altro livello di complicazione per i repubblicani. Tra la base del partito il consenso tiene: l’85% dei repubblicani approva Trump. Ma anche qui qualcosa si incrina. La quota di chi approva “fortemente” è scesa al 45%, dal 53% di settembre, il minimo registrato in entrambi i mandati. La frattura tra MAGA e non-MAGA è sempre più evidente: tra i repubblicani che si identificano con il movimento MAGA, il 95% approva e il 61% approva fortemente. Tra i repubblicani non-MAGA, l’approvazione complessiva scende al 64% e quella forte crolla al 13%. Il partito non è monolitico come appare dall’esterno.
Il dato che dovrebbe tenere svegli i repubblicani di notte, però, è un altro. Tra gli indipendenti — la categoria che realmente decide le elezioni americane — Trump ottiene solo il 25% di approvazione, il minimo storico in entrambi i mandati, in calo dal 30% di ottobre. Tra gli indipendenti tradizionalmente vicini al GOP, la percentuale è al 56%, anch’essa al minimo storico. Questi elettori moderati, pragmatici, suburbaniti, spesso poco ideologizzati, sono esattamente quelli che avevano garantito la vittoria nel 2024. E sono esattamente quelli che, sotto la pressione dell’inflazione e di una guerra impopolare, stanno riconsiderando la propria posizione.
Sul piano personale, il sondaggio non è più generoso. Il 70% degli americani ritiene che Trump non sia onesto e affidabile. I due terzi sostengono che non consideri attentamente le decisioni importanti. Il 60% circa ritiene che non abbia l’acutezza mentale necessaria per ricoprire la carica. Il 55% che non goda di buona salute fisica. Il 54% che non sia un leader forte. E il 49% — quasi un americano su due — ritiene che la corruzione a Washington sia aumentata dall’inizio della sua presidenza, nonostante la promessa di “drenare la palude” fosse uno dei suoi slogan fondativi.
Sul piano elettorale, i numeri parlano chiaro. Tra gli elettori registrati, i democratici vantano un vantaggio di cinque punti sulla Camera — 49% contro 44% — rispetto ai due punti di febbraio. Il dato sugli indipendenti è ancora più netto: i democratici guidano con un margine di venti punti tra questo segmento, 52% a 32%. Per fare un confronto: nell’aprile del 2022, gli indipendenti erano spaccati esattamente a metà tra i due partiti, eppure i repubblicani vinsero il Congresso. Nell’aprile del 2018 i democratici erano avanti di sei punti tra gli indipendenti e andarono a vincere la Camera. Oggi quel margine è venti punti.
Le preferenze, però, contano meno della motivazione. Il 61% degli elettori democratici dichiara che il proprio voto quest’anno è “molto più importante” rispetto alle elezioni di metà mandato precedenti. Tra i repubblicani, la stessa affermazione raccoglie solo il 35%. L’entusiasmo è un fattore decisivo alle midterm, dove storicamente vota una percentuale molto più bassa rispetto alle presidenziali, e chi si mobilita di più ha un vantaggio strutturale. Al momento, a mobilizzarsi di più sono i democratici.
I repubblicani non hanno ancora perso. La storia insegna che sei mesi in politica sono un’eternità, e Trump in passato ha già dimostrato di saper ribaltare pronostici che sembravano definitivi. La speranza del partito è che la guerra in Iran si concluda rapidamente, che i prezzi scendano e che l’elettorato torni a pensare all’economia domestica. È uno scenario possibile. Ma le presidenze che entrano in difficoltà strutturale a cavallo delle midterm raramente invertono la rotta: Ford nel 1974, Carter nel 1978, Obama nel 2010 ne sanno qualcosa.
Il problema per Trump non è il singolo numero. I numeri, presi insieme, raccontano un’erosione simultanea su tutti i fronti: economia, politica estera, credibilità personale, base elettorale. Non è una flessione momentanea. L’erosione è su troppi fronti insieme per essere trattata come tale.
Fonti:
https://abcnews.com/Politics/thirds-americans-country-headed-wrong-direction-abc-newswashington/story?id=132583099 https://www.washingtonpost.com/politics/2026/05/03/trump-approval-ratings-poll/
https://www.cbsnews.com/news/iran-war-economic-impact-gas-prices-inflation-2026/
https://www.cnbc.com/2026/04/21/oil-price-iran-war-middle-east.html https://cepr.org/voxeu/columns/quantifying-impact-iran-war-us-inflation
Foto di Sinisa Maric da Pixabay