Il blocco è iniziato in un clima di totale disprezzo reciproco tra i due partiti, dove il dialogo sembra ormai impossibile. Per riaprire il governo serve che la Camera dei Rappresentanti e il Senato approvino una legge di bilancio, poi firmata dal presidente. Alla Camera basta la maggioranza semplice (50% + 1), ma al Senato sono necessari almeno 60 voti su 100 per superare l’ostruzionismo e far avanzare il testo. Entrambe le camere sono oggi controllate in maggioranza dai repubblicani, e la linea dura interna al partito sta bloccando ogni compromesso.
Non è la prima volta che accade: anche durante il primo mandato di Donald Trump, tra il 2018 e il 2019, gli Stati Uniti vissero il più lungo shutdown della loro storia, durato 35 giorni, nato dallo scontro sul finanziamento del muro al confine con il Messico. In passato, crisi simili si erano risolte con compromessi dell’ultima ora, nel 1995, quando Bill Clinton trovò un accordo con i repubblicani, o nel 2013, con Barack Obama e un Congresso diviso. Oggi, però, le due parti sembrano inseguire obiettivi opposti: i repubblicani chiedono tagli drastici alla spesa e più fondi per il controllo dei confini, mentre i democratici difendono i programmi sociali e il finanziamento delle agenzie federali.
Per i repubblicani, lo shutdown non è necessariamente un male. Nella visione di Donald Trump, ogni fase di paralisi dello Stato federale contribuisce a “decostruire” il potere di Washington, riducendo l’influenza delle agenzie e dei programmi nati da compromessi bipartisan. Meno Stato significa, nella sua ottica, più spazio al potere presidenziale e alla politica di forza, soprattutto su temi come immigrazione, sicurezza e controllo della spesa.
Dall’altra parte, i democratici ritengono che l’opinione pubblica attribuisca ai repubblicani la principale responsabilità del blocco, e va sottolineato che i sondaggi recenti sembrano dar loro ragione. Per questo sperano che la crisi, pur dannosa nel breve periodo, possa rafforzare la loro posizione negoziale e persino offrire un vantaggio elettorale, presentandoli come l’unico partito disposto a far ripartire il Paese.
Ciò che preoccupa di più, però, è la totale indifferenza con cui i partiti stanno affrontando la crisi. Non si tratta solo delle centinaia di milioni di dollari bruciati ogni settimana per effetto del blocco, ma del messaggio politico che trasmette: in un momento in cui l’economia americana mostra segni di affanno, la paralisi del governo rischia di aggravare una situazione già fragile. Gli ultimi dati su occupazione, inflazione e commercio segnalano un rallentamento, acuito dai dazi imposti da Washington e da un rapporto economico recente secondo cui, senza gli investimenti pubblici legati all’intelligenza artificiale, gli Stati Uniti sarebbero già in recessione.
Il debito federale ha ormai superato i 38 trilioni di dollari, un record storico che riflette anni di spese crescenti e di obiettivi economici disattesi sia dai repubblicani che dai democratici. In questo contesto, una crisi politica prolungata potrebbe sfuggire di mano ai partiti e allo stesso Trump, che sembra sottovalutare i rischi, con conseguenze potenzialmente devastanti per l’economia americana e globale.
Fonti:
Foto da Pixabay (https://pixabay.com/it/photos/uscapitol-washington-dc-usa-3546561/)
https://www.nytimes.com/2025/09/30/opinion/government-shutdown-republican-obamacare.html
https://www.washingtonpost.com/business/2025/10/20/government-shutdown-trump-administration/
https://www.washingtonpost.com/politics/2025/10/16/shutdown-history-republicans-democrats/