Il veto posto da Ungheria e Slovacchia sull’ultimo pacchetto di sostegno all’Ucraina non è stato soltanto l’ennesimo incidente diplomatico europeo. È stato, piuttosto, il promemoria di una contraddizione interna sempre più evidente: l’Unione europea ambisce ad agire come potenza politica in un mondo instabile, ma non riesce a svincolarsi da regole decisionali che la rendono vulnerabile al ricatto di pochi.
Cosa è successo
Al Consiglio Europeo del 19 marzo, il premier ungherese Viktor Orbán e lo slovacco Roberto Fico si sono opposti all’approvazione del prestito da parte dell’UE di 90 miliardi di euro destinato all’Ucraina.
Il prestito si compone di 60 miliardi di euro per rafforzare la difesa dell’Ucraina e 30 miliardi per assistenza macrofinanziaria o il sostegno al bilancio e sarà finanziato tramite indebitamento comune dell’UE. L’Ucraina, da parte sua, si impegnerà a proseguire le riforme democratiche e la lotta alla corruzione e lo rimborserà una volta ricevute le riparazioni di guerra dalla Russia. La seconda condizione, nello scenario attuale, è difficilmente avverabile, rendendo l’operazione verosimilmente un trasferimento condizionato più che un prestito.
La beffa è che un accordo politico era stato trovato già nel Consiglio dello scorso 19 dicembre, quando i leader europei stabilirono la concessione del prestito UE, con Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca che ottennero di non contribuirvi. Per essere erogato il prestito, proposto dalla Commissione, ha bisogno dell’approvazione del Parlamento Europeo, che è arrivata a febbraio e del Consiglio dell’UE all’unanimità, che è invece stata ostacolata da Ungheria e Slovacchia, ripudiando gli accordi precedenti.
I rimanenti 25 Paesi hanno condannato duramente il comportamento di Ungheria e Slovacchia e hanno approvato separatamente una propria risoluzione, a conferma della spaccatura politica netta. Lo stesso copione, in verità, si ripete stancamente da tempo. Ad esempio, già nel 2025 Budapest e Bratislava hanno anche bloccato insieme il 18° pacchetto di sanzioni contro Mosca.
Per certi versi, la debolezza è talmente strutturale che anche le soluzioni, dapprima “creative” sono diventate ordinarie, con l’Unione Europea che si è ormai abituata a trovare cavilli burocratici per adottare ugualmente i pacchetti di sanzioni o le misure finanziarie anche senza l’appoggio di pochi paesi. Di fatto, si riesce ad aggirare il veto ma ogni volta si rende più evidente come la regola dell’unanimità sia un freno a mano costantemente tirato.
L’origine della regola
La regola dell’unanimità nei Trattati in vigore è stata pensata per proteggere la sovranità degli Stati in ambiti considerati troppo delicati per essere affidati alla semplice maggioranza. In materie come politica estera, sicurezza, allargamento o alcune questioni di bilancio, si pone come una garanzia di equilibrio tra gli interessi di Stati grandi e politicamente più influenti e Stati piccoli, per evitare che i primi impongano le decisioni ai secondi.
In quest’ottica la regola dell’unanimità non è quindi un’anomalia ma è una scelta istituzionale precisa, costruita per tenere insieme un’unione di Stati che non è uno Stato federale. Ed è vero che il consenso, in passato, ha anche reso il progetto europeo più stabile.
L’unanimità come freno politico
Questa logica, però, oggi mostra tutti i suoi limiti.
Anzitutto, perché nel frattempo è cambiato il contesto storico in cui l’Europa si muove. L’erosione del diritto internazionale, la crescente aggressività delle autocrazie, l’instabilità dell’ordine globale e le incertezze sulle garanzie di sicurezza americane impongono all’Europa una capacità di decisione molto più rapida, coerente e credibile rispetto al passato, soprattutto in ambito di politica estera.
In questo mutato contesto, l’unanimità si traduce in lentezza e vulnerabilità: Se un solo governo può bloccare o ritardare una scelta strategica sostenuta da tutti gli altri, allora l’Unione appare fragile. Fragile sia agli occhi dei partner, che faticano a considerarla un attore pienamente affidabile. Il significato politico più profondo dei veti di Budapest e Bratislava sta in ciò che abbiano potuto farlo su un dossier che riguarda la sicurezza del continente, la tenuta delle alleanze occidentali e la credibilità stessa della postura europea verso la Russia.
La distorsione del potere interno
In secondo luogo, l’unanimità originariamente pensata come sistema di contrappeso, per riequilibrare i rapporti di forza e come stimolo alla sintesi tra posizioni, si è invece trasformata in uno strumento di distorsione dei rapporti di forza tra i Paesi e di ricatto politico.
Il Governo di Viktor Orbán è infatti isolato in Europa da diversi anni, da quando è entrato in crisi politica il gruppo di Visegrád, l’alleanza formale tra Slovacchia, Ungheria, Repubblica Ceca e Polonia. Solo dall’elezione del premier slovacco Fico, ha trovato in parte una sponda rispetto ai temi legati alla guerra in Ucraina. Eppure, Orban ha avuto modo di influenzare enormemente le decisioni del Consiglio, spesso non in termini sostanziali ma riuscendo ad allungare i tempi, ridurne la portata politica o ottenere dei vantaggi per l’Ungheria.
In pratica, ha usato il potere di veto che l’unanimità implica come uno strumento di pressione negoziale, permettendogli di accrescere enormemente il proprio peso politico minacciando di bloccare tutti gli altri. Chi segue abitualmente la politica europea vi è quasi abituato, ma questo comporta una distorsione nei rapporti di forza molto grave e mina l’efficienza e l’efficacia del processo decisionale.
Unanimità e allargamento
Infine c’è un terzo aspetto, forse ancora più decisivo, che riguarda l’allargamento dell’Unione. Se l’unanimità è già problematica in un’Europa a 27, è difficile immaginare che possa restare sostenibile in un’Europa più ampia. Ed è proprio qui che emerge una contraddizione destinata a diventare sempre più evidente nei prossimi anni.
Da una parte, infatti, l’allargamento è tornato ad essere una priorità geopolitica. L’ingresso dei Balcani occidentali, dell’Ucraina, della Moldova e, in prospettiva, di altri paesi candidati viene presentato come una necessità strategica per stabilizzare il vicinato europeo, rafforzare la sicurezza continentale e consolidare lo spazio politico dell’Unione. Dall’altra, però, il meccanismo decisionale attuale rende questo processo estremamente vulnerabile. Ogni nuova adesione richiede passaggi molteplici e delicati, nei quali il veto di un singolo Stato può rallentare, deviare o bloccare l’intero percorso.
Questo significa che l’allargamento non dipende più soltanto dal merito dei paesi candidati, dalle loro riforme o dal rispetto dei criteri europei. Dipende anche dalle convenienze politiche dei governi già membri, dai loro calcoli interni, dalle loro dispute bilaterali e, talvolta, dalla volontà di usare il dossier europeo come leva su questioni del tutto estranee al processo di adesione. È un meccanismo che mina la credibilità della promessa europea, perché trasmette ai candidati un messaggio ambiguo: anche se fate ciò che vi viene chiesto, potreste comunque restare bloccati.
Per tutti questi motivi, la questione dell’unanimità non può più essere trattata come un dettaglio tecnico-procedurale ma è diventata un problema politico di prima grandezza, riguardante la capacità dell’Unione di essere coerente con le proprie ambizioni e di garantire il funzionamento corretto delle proprie istituzioni.
di Alessandro Ceschel
https://www.europarl.europa.eu/news/it/press-room/20260206IPR33903/il-parlamento-approva-il-prestito-da-90-miliardi-di-euro-a-sostegno-dell-ucraina
https://it.euronews.com/my-europe/2026/03/20/nessuno-puo-ricattarci-i-leader-ue-criticano-il-veto-di-orban-sul-prestito-allucraina
https://ilmanifesto.it/prestito-allucraina-per-orban-e-ancora-no
https://www.euronews.com/my-europe/2025/09/22/to-veto-or-not-to-veto-thats-the-big-question-in-the-eu
https://www.bruegel.org/first-glance/eu-enlargement-momentum-risks-falling-victim-veto-power
https://www.theguardian.com/world/2026/feb/21/ukraine-war-briefing-hungary-threatens-to-block-90bn-eu-loan-to-kyiv-in-oil-row
https://www.consilium.europa.eu/en/press/press-releases/2026/03/19/european-council-19-march-2026-ukraine/
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