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“Se nessuno è contento, allora è un buon accordo” si dice nell’ambito del business. Evidentemente non è il caso dell’accordo UE-USA sui dazi, i cui termini sono difficilmente comprensibili e scusabili, tanto sono sbilanciati a favore degli Stati Uniti.
L’accordo giunge alla fine di tre mesi in cui Trump ha più volte annunciato e rimandato dazi commerciali sui prodotti europei, usando formule e teorie economiche infondate. Prevede un’aliquota tariffaria pari al 15% che non si applica a “prodotti strategici” come aeromobili, alcuni prodotti chimici, alcuni farmaci generici, semiconduttori, risorse naturali e materie prime essenziali. In aggiunta, l’UE si impegna ad acquistare prodotti energetici e chip statunitensi.
Un accordo tanto sfavorevole sembra inspiegabile se si vede il punto di partenza. Anzitutto, la politica commerciale è la competenza europea per eccellenza, quella intorno a cui è nata l’Europa per come la conosciamo oggi, ma anche quella su cui è più forte verso l’esterno. Il mercato unico europeo è ambito e all’avanguardia in termini di regolamentazione e ciò in linea di principio garantirebbe all’UE un importante potere negoziale.
Dov’è finito quindi questo potere? Secondo molti analisti si è scontrato contro il cinismo trumpiano, che ha ampiamente dimostrato di non curare molti altri interessi se non il suo personale ego. La stessa decisione di imporre questo tipo di dazi generalizzati andrebbe contro l’interesse in primo luogo degli Stati Uniti, oltre che le regole basilari del commercio mondiale.
D’altro canto, la Commissione sembra avere scelto l’approccio decisamente più cauto di privilegiare la minimizzazione dei danni nel breve periodo: ridurre i dazi al minimo, concedere quanto viene chiesto per farlo e fare in modo che la follia trumpiana impatti meno possibile sugli scambi commerciali.
Una strategia alternativa, ad esempio con controdazi o ritorsioni, avrebbe sicuramente provocato un danno maggiore al commercio tra i due paesi nel breve. Ma nel lungo periodo, i costi di lungo termine dell’approccio europeo rischiano di non essere affatto trascurabili.
Basti pensare al fatto che il messaggio che viene inviato verso l’esterno è che fare il bullo funziona. Siamo in un tempo in cui la Cina sta esacerbando la sua politica diplomatica e militare aggressiva in tutta la regione, in cui la Russia e Israele, che per decenni si è cercato di influenzare in senso democratico attraverso la diplomazia, invadono e uccidono indiscriminatamente. In questi tempi, l’UE che si ripropone di essere un attore che esercita un’influenza democratica mostra una debolezza anche nel campo in cui sempre ha dominato diplomaticamente.
La seconda parte del messaggio verso l’interno, è forse ancora peggiore. Ha ottenuto un accordo migliore il Regno Unito, nonostante i dati sul commercio mostrino quanto Brexit ha danneggiato l’economia britannica.
In tempi di populismi e di avanzamento di forze anti-europeiste, come giustificare di fronte all’opinione pubblica la necessità delle istituzioni europee?
Il messaggio della Commissione sembra tanto chiaro quanto poco lungimirante, per usare le parole del maestro De Filippo: “adda passà a nuttata”. Ma la notte è fonda e sembra ancora lunga.
di Alessandro Ceschel