La fuga dei cervelli

“Parliamo di Fuga di cervelli: politiche, opportunità e sfide per il futuro dei giovani in Italia” è il titolo dell’evento organizzato dall’Associazione universitaria Progetto Roma 3 al Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università degli Studi Roma Tre. Si è affrontato il tema degli espatri di massa dei giovani professionisti, con relatori esperti del mondo accademico e politico, mettendo sullo sfondo l’istruzione superiore, la formazione universitaria, la competitività dei mercati ed indagando sulle origini di questo fenomeno, noto come “fuga dei cervelli”.

L’evento è stato moderato dal prof. Emanuele Rossi, associato di Sociologia generale presso l’Ateneo ospitante l’evento. Ha introdotto Filippo Floccari, studente di Scienze Politiche e membro dell’Associazione organizzatrice e sono intervenuti l’on. dott.ssa Giulia Pastorella, deputata Azione ed autrice del saggio “Exit only: cosa sbaglia l’Italia sui cervelli in fuga”, pubblicato nel 2021, editore Laterza, il dott. Carmelo Moschella, Segretario generale della Società Italiana del Dottorato di Ricerca, il Presidente di Radicali Italiani e + Europa Matteo Hallissey e Marco Colarossi, consigliere regionale nel Lazio, lista Forza Italia.

Nell’introduzione, il prof. Emanuele Rossi ha ricordato i numeri del fenomeno dei cervelli in fuga: secondo i dati Istat nel decennio 2013-2023 in media ci sono stati circa 56.000 espatri l’anno di professionisti con fascia di età prevalente tra i 18 ed i 34 anni, aggiungendo che siffatti dati risultano sottostimati e che, pertanto, si teme che siano circa 80.000 gli espatri di cui sopra. Tali espatri risultano essere compiuti verso Paesi esercitanti i cc.dd. fattori di attrazione di lavoratori esteri rispetto all’Italia: in particolare, trattasi di Regno Unito, Spagna, Francia e Germania

Quali sono le cause della fuga? Il moderatore ricorda la molteplicità di codeste, citandone cinque in particolare: 1) l’opportunità di ottenere all’estero salari più attraenti; 2) l’impossibilità o la scarsa possibilità di seguire percorsi coerenti con le proprie aspettative professionali in Italia, a causa dei pochi posti disponibili; 3) la scarsa possibilità di avanzamenti di carriera; 4) i carenti investimenti su ricerca ed istruzione; 5) lo scarso utilizzo delle competenze.

Il prof. Rossi segnala, altresì, la presenza di un forte disallineamento tra il percorso di studio seguito dai giovani con fatica e sacrifici e le mansioni lavorative poi ricoperte: pertanto, molti giovani si trovano spesso a compiere un lavoro completamente diverso dalle materie studiate e sulle quali si sono specializzati. Questo, alimenta un malessere esistenziale, sfociando nel fenomeno c.d. delle grandi dimissioni, in cui giovani di età compresa tra i 18 ed i 24 anni abbandonano volontariamente il proprio posto di lavoro. In particolare, al 2024, risulta che 1,2 milioni di lavoratori a tempo indeterminato abbiano lasciato il proprio lavoro.

Filippo Floccari, nella sua introduzione, ricorda che il fenomeno della fuga dei cervelli – pertanto di questa emigrazione di massa di professionisti italiani appena formati – verso destinazioni intra ed extra Unione europea, riguarda addirittura soggetti in possesso, non solo di uno, ma anche di tre titoli di studio. Altresì, rende edotto il pubblico sul fatto che questo fenomeno si radichi in un paese come l’Italia, che consta di una popolazione con l’età media molto avanzata e con un sistema pensionistico assai precario. Quanto sopra alimenta, ad avviso di Floccari, un circolo virtuoso, a cui la politica nazionale, nel tempo, ha risposto con incentivi diretti non tanto al sistema Paese, quanto ad ella stessa, considerando maggiormente il peso elettorale delle persone più anziane rispetto a quello dei giovani.

Terminate le introduzioni di cui sopra, ha preso la parola Giulia Pastorella. Si è associata alle posizioni esternate con le introduzioni: nonostante i tanti governi verificatisi nel tempo compreso tra l’uscita del saggio sopracitato (2021) ed oggi, la situazione sul fenomeno della fuga dei cervelli è rimasta invariata. Segnala come, in particolare, è emerso che il numero di laureati in Italia rispetto ad altri Paesi europei è minore e che, i beneficiari di eventuali misure “spot” emergenziali per far fronte al fenomeno analizzato – quali quelle di carattere fiscale, a termine, proprio pensate per il “rimpatrio dei cervelli” – tornano in Italia per avvalersene, per poi, una volta esauritasi la durata, ripartire.

Pertanto, l’on. Pastorella ritiene che questa vera e propria emergenza della fuga dei cervelli viene percepita a fasi alterne: in particolare, soltanto quando vengono pubblicati i dati. Ed in questo momento, ad avviso della stessa, emergono due differenti atteggiamenti da parte dell’immaginario collettivo e politico: 1) quello vittimistico, che incoraggia i giovani ad andarsene e 2) quello accusatorio, che scoraggia e colpevolizza i giovani ad andarsene per via delle risorse pubbliche spese per la loro formazione in Italia.

Pastorella ricorda, altresì, come nel tema della fuga dei cervelli non vi rientri soltanto il lavoro, ma anche temi quali la burocrazia, il sistema giudiziario, il poter costruire una famiglia. Chi rientra in questo fenomeno, così come tutti i lavoratori, ritiene Pastorella che debba essere considerato come persona a trecentosessanta gradi, che compie scelte non soltanto sulla base del mercato del lavoro, ma anche per altri fattori, tra cui quelli di cui sopra.

La parlamentare ha aggiunto come l’ultima riforma dell’attuale Governo in carica abbia ampliato la platea degli incentivi fiscali, in particolare per coloro che da oltre confine sono rientrati nel Mezzogiorno. Non si esime, però, dal far presente come queste politiche non abbiano prodotto gli effetti desiderati. Altresì, Pastorella segnala come codesti siano stati distorsivi, specificando casi in cui le aziende hanno “inviato” all’estero propri dipendenti per poi farli rientrare ed avvantaggiandosi delle agevolazioni fiscali previste dalle misure sopracitate.

Pastorella ha evidenziato come il Governo Meloni abbia posto una stretta a tale fenomeno. Altresì, ha ricordato come appaia e sia impensabile ottenere il rientro dei cervelli solamente mediante gli incentivi fiscali e senza stipendi dignitosi, innovazione e meritocrazia, facendo presente come le condizioni strutturali valgano mille benefici fiscali. Pertanto, Pastorella ritiene come tale problema venga affrontato da chi di dovere in una maniera molto miope.

A seguito dell’on. Pastorella, ha preso la parola il dott. Carmelo Moschella. In qualità di segretario generale della Società Italiana del Dottorato di Ricerca, ha esposto che l’ente da lui rappresentato ha, come mission principale, quella di valorizzare il titolo di studi di grado più alto della formazione universitaria italiana, con la necessità di inquadrare la figura del dottore di ricerca come strategica per lo sviluppo del nostro Paese. Ha ricordato come, ad oggi, il titolo del dottore di ricerca (ai cui corsi si accede dopo generalmente un concorso che porta alla percezione di una borsa di dottorato, del tutto insufficiente, però, a coprire le spese di sussistenza) porta ad ottenere un lavoro dopo il conseguimento del titolo (in particolare il tasso di occupazione ammonta al 96% nel periodo 2021-2025) ma il problema risiede nella stabilità: in particolare, il 34% dei dottori di ricerca che lavorano hanno un contratto a tempo determinato, un altro 30% è impiegato nella carriera universitaria. Criticità si registrano anche in quest’ultima, dove il 95% dei dottori di ricerca impiegati in attività accademiche risulta essere impiegato soltanto a tempo determinato. Moschella, inoltre, riporta come il 10% dei dottori di ricerca scelga l’estero e che l’Italia riesce ad attrarre soltanto il 4% dei dottori di ricerca di altri Paesi.

Moschella si pone, inoltre, una domanda fondamentale sul titolo in analisi: come è considerato il titolo di dottore di ricerca sul posto di lavoro? Anche qui, i dati non appaiono positivi: emerge come i dottori di ricerca che rimangono in Italia svolgano una mansione dove non è richiesto il titolo di dottore di ricerca, a differenza del 60% dei dottori di ricerca che vanno all’estero, dove svolgono una funzione che può essere assolta esclusivamente da coloro che sono in possesso del titolo. Pertanto, il titolo del dottore di ricerca ha la sua funzione dirimente nel mondo accademico?

Carmelo Moschella evidenzia, anche a nome dell’ente da lui rappresentato, come il tema debba essere affrontato con pragmatismo, razionalità, cercando di rendere il Paese più attrattivo.

Viene evidenziato un’ulteriore questione: i movimenti interni al Bel Paese dei dottori di ricerca: Moschella riporta che circa il 60% di coloro che conseguono il titolo di cui sopra nel Meridione si trasferiscono al Centro Nord. Moschella evidenzia, a tal proposito, come lo stesso Sud abbia bisogno di personale più qualificato, considerando che proprio lì sono presenti segnali di crescita e, pertanto, questo richiede di interrogarsi sul come valorizzare le competenze direttamente nel luogo in cui si formano, mettendole in condizioni di essere assorbite dal locale mercato del lavoro: in altre parole, il segretario fa presente come al Sud occorra capacità di progettazione.

Questo (e tutti gli altri fattori sopra riportati) conduce – continua Moschella – alla necessità di un ripensamento del ruolo del dottorato di ricerca in Italia: si richiede che codesto non sia più isolato nell’accademia e che prenda posto anche nel resto del mercato del lavoro, in quanto permette la realizzazione delle cc.dd. soft skills, che servono per il Paese. Pertanto, Moschella riporta come sia necessario valorizzare il dottorato nell’impresa privata, partendo dall’accademia, con altresì una necessità di redistribuzione delle competenze. Per fare questo, appare essenziale garantire finanziamenti stabili, coerenti e trasparenti al sistema universitario, anche con la possibilità di ripensare quest’ultimo, introducendo figure quali il ricercatore a tempo indeterminato, soppresso nel 2010.

Altresì, Moschella evidenzia la necessità di valorizzare il dottorato di ricerca all’interno della Pubblica Amministrazione, mediante una valutazione a sé stante rispetto agli altri titoli di studio, l’applicazione del d.lgs. n. 165/2001 e la possibilità di emettere bandi di concorsi in casi specifici di altissima professionalità riservati ai dottori di ricerca e considerando la possibilità di introdurre posti per i dottori di ricerca nei concorsi dirigenziali o di alta professionalità.

Sul versante delle imprese, la Società Italiana del Dottorato di Ricerca chiede che gli enti regionali promuovano il collegamento tra mondo universitario e quello dell’impresa.

A seguito dell’esaustivo intervento del dott. Moschella, è intervenuto Matteo Hallissey, presidente di +Europa e dei Radicali Italiani, evidenziando i due temi ritenuti fondamentali per la trattazione del tema della fuga dei cervelli: 1) i salari e 2) la carriera.

Riguardo ai salari, Hallissey evidenzia un problema pratico: se un laureato in Italia guadagna circa 32.000 euro (ndr. l’anno), all’estero tale importo raddoppia se non triplica, associandosi al discorso del mancato funzionamento dei cc.dd. bonus spot, se non per il tempo limitato della loro efficacia, per poi provocare la nuova “fuga”. Questo, spiega perché il problema è molto più complesso di come sembra, e risiede nel settore della formazione, quale ascensore sociale del Paese, considerato da Hallissey come non funzionante.

Il Presidente Hallissey ritiene, in particolare, che le conseguenze di questo mancato o non corretto funzionamento del sistema formazione del Paese si notano già nella primissima età adolescenziale, quando si chiede ad un quattordicenne quale percorso di istruzione secondaria di secondo grado scegliere, con l’idea che già abbia chiare le proprie inclinazioni. Questo comporta, ad avviso di Hallisey, un circolo vizioso dove porta lo studente a brancolare nel buio nella scelta del successivo percorso universitario. Citando la propria esperienza di Alternanza Scuola Lavoro (n.d.r. poi evoluta con i Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento), Matteo Hallissey ha evidenziato come codesta non funzioni, provocando l’effetto di cui sopra, causato dalla scarsa afferenza e non personalizzazione delle attività proposte rispetto alle inclinazioni dello studente che si avvia a concludere il percorso delle scuole superiori (n.d.r. considerando che l’attività di cui sopra viene svolta nell’ultimo triennio del secondo ciclo di istruzione). Pertanto, il Presidente ritiene che sia importante pensare ad un sistema di istruzione secondaria dove sia lo studente a scegliere determinati gruppi di materie e che dia allo stesso la possibilità di provare ad approfondirle, quindi una vera e propria personalizzazione del percorso. Inoltre, sul versante della formazione post-diploma, Hallisey evidenzia come i percorsi presso gli ITS Academy (acronimo di Istituti Tecnici Superiori) non debbano essere considerati un’alternativa di serie B rispetto alla formazione universitaria.

Matteo Hallissey evidenza altresì l’importanza della sinergia tra mondo del lavoro e sistema di formazione.

Sul tema dottore di ricerca, il Presidente evidenzia come il tema della ricerca italiana rischi di essere contaminato da dinamiche baronali. In particolare, viene fatto presente come quanto sopra rappresenti uno dei motivi per i quali i professori universitari esteri non siano venuti ad insegnare in Italia, soprattutto quelli provenienti dagli Stati Uniti, neanche “quando Trump ha fatto di tutto per regalarceli e per consegnarceli”, insieme al problema dei salari, ridotti alla metà rispetto a quanto percepito per la stessa attività accademica nei Paesi di provenienza.

Sul tema economico, Matteo Hallissey esplica come in Italia sia ancora in vigore una mentalità corporativa, dove tutto ciò che è nuovo, che vuole portare ad un cambiamento, è sempre osteggiato. Pertanto, Hallissey chiede di analizzare tutti i temi di cui sopra, oltre alla burocrazia, propedeutici per cercare di convincere un giovane a rimanere in Italia.

L’ultimo intervento è stato quello del dott. Marco Colarossi. Il Consigliere regionale ha evidenziato che, quando viene affrontato il tema della fuga dei cervelli, codesto viene artificiosamente affiancato, nonché reso parallelo quello delle politiche giovanili. Come se tale fenomeno – ritiene Colarossi – oggetto del convegno in analisi, riguardi soltanto i giovani. Riprendendo il discorso riguardante l’Alternanza Scuola Lavoro, Colarossi fa presente come, in Italia, ogni strumento volto a dare un indirizzo – v. anche quanto accaduto sulla riforma costituzionale riguardante Roma Capitale – finisca per essere una grande occasione persa. Questo, ad avviso del consigliere Colarossi, è causato da un ragionamento demagogico che da sempre affligge l’Italia.

Più strettamente sul tema formazione, Marco Colarossi spiega come non sia possibile realizzare il vero ascensore sociale mediante la formazione con mere misure spot. Rimarca come sia necessario intervenire strada facendo su ogni misura, anche a tempi brevi dall’adozione e dall’entrata in vigore, mediante correttivi, per evitare dinamiche elusive che facciano fuorviare il risultato sperato dal legislatore.

Sul tema lavoro, Colarossi spiega come anche le misure riguardanti questo settore, per es. gli incentivi all’assunzione di lavoratori under 35, rischino soltanto di aggravare il problema, in particolare quando alcuni soggetti assumono per poi licenziare al compimento del trentaseiesimo anno di età.

Colarossi ritiene come sia necessario analizzare il tema giovanile non più con una metodologia a sé stante, bensì come vera e propria parte del sistema Paese, e le necessità di farlo in relazione non solo con le tematiche di cui sopra, ma anche con la burocrazia, il cuneo fiscale e l’accesso al credito. Proprio sull’accesso al credito, Colarossi spiega come sia inimmaginabile per un giovane studente lavoratore prendere un mutuo, dato che è assunto spesso e volentieri, nella migliore delle ipotesi, con contratti di lavoro a tempo determinato. Questo comporta, ad avviso del Consigliere, un drastico abbassamento delle possibilità di nascita di nuove famiglie.

Le disparità, pertanto, alla luce di quanto sopra espresso, non possono essere colmate – ritiene Colarossi – con misure spot od inquadrando i giovani in veri e propri ghetti (criticando alcune iniziative quali il Consiglio dei ragazzi), bensì occorrono interventi strutturali volti a rendere l’Italia innanzitutto un paese giusto che colma le disparità, soprattutto quelle di partenza.

I giovani – conclude Colarossi – devono essere riabituati al contatto, al rapporto con il mondo ed è essenziale rafforzare misure quali l’Alternanza Scuola Lavoro (ndr. oggi Percorsi per le Competenze Trasversali e per l’Orientamento) e gli ITS Academy (che contano tassi di occupazione riuscita al 94%).

Dopo l’intervento del consigliere Colarossi, sono seguite le domande da parte del pubblico sui temi trattati. Molte sono state poste sia con un approccio meramente più accademico, in particolare il tema riguardante il dottorato di ricerca, ed altre su aspetti più di carattere politico ed istituzionale della vicenda.

Si conclude con una summa di questo incontro, che si sostanzia in un vero e proprio grido di aiuto: l’Italia deve essere più attrattiva, colmare le disuguaglianze (soprattutto quelle di partenza) e vedere i giovani non più come una categoria a sé stante, ma come un tema che interessa tutti i settori, dalla scuola all’università, dall’economia alla finanza pubblica e privata, passando per la competitività. Se la politica non fa quanto sopra, continuando a considerare i giovani come un problema “elettorale”, l’Italia non rischia altro che il declino del suo futuro.

A cura di: Antonio Natale

 

 

Le foto sono state fornite e concesse dall’Associazione Progetto Roma 3, che si ringrazia.

Consigliati