Bandiere tra le ruote

Due riflessioni sulle proteste contro il genocidio in Palestina alla Vuelta di Spagna
Autore: Montecruz Foto Copyright: Montecuz Foto

Esistono momenti in cui la Storia corre veloce, più veloce di quanto ci si accorga. In queste settimane ha corso più veloce anche dei ciclisti alla Vuelta di Spagna 2025 e degli organizzatori che hanno provato a blindarla. Le immagini che resteranno negli archivi non sono solo quelle delle maglie e dei podi, ma sono accompagnate dalle manifestazioni pro-pal che hanno costretto l’organizzazione ad accorciare quattro tappe per ragioni di sicurezza e, infine, alla cancellazione della tappa finale di Madrid, cancellata dopo una massa di manifestanti che ha reso impossibile il regolare svolgimento della corsa.

È stato così che quella che avrebbe dovuto essere la passerella finale di uno dei tre eventi più importanti del calendario ciclistico, insieme a Tour e Giro, si è invece trasformata nella passerella del movimento contro il genocidio in corso a Gaza: decine di migliaia fino a oltre centomila persone in piazza, con arresti e feriti durante gli scontri con le forze dell’ordine — trasformano l’episodio in un’eccezione storica, non in una semplice contestazione locale.

Ed è proprio dalla forza dei numeri che parte questa riflessione.
Da appassionato di ciclismo, non posso nascondere il mio disappunto quando, durante la cronometro a squadre della quinta tappa, un gruppo di 4/5 manifestanti ha provato a bloccare la Israel Premier Tech (team non affiliato con il governo israeliano ma che nasce con l’obiettivo di sponsorizzare Israele). Non solo l’azione dei manifestanti in questo caso ha messo a serio rischio l’incolumità dei corridori, ma si attiva anche un meccanismo istintivo dei un appassionato di sport: dopo aver contato i giorni, rivisto gli highlights degli anni precedenti, analizzato le tappe e i favoriti, discusso con gli amici… si rischia di mandare tutto all’aria per così poco. Ma siamo sicuri sia così poco?

Se infatti la prima azione di protesta nella quinta tappa è stata maldestra e poco partecipata, col passare delle tappe il movimento è cresciuto sempre di più, fino all’apoteosi di Madrid. E più vedevo la gente aumentare e più mi rendevo conto che non solo, come mai avevo messo in dubbio, il fine delle proteste era giusto, ma forse anche il mezzo. E forse quando il fine è tanto grande e tanto giusto, qualsiasi mezzo diventa tale.

Primo spunto: il ciclismo come sport democratico (nel bene e nel male)
Il ciclismo è uno sport per sua natura democratico e libero. È democratico verso l’interno, perché in ogni corsa, in fondo, uno vale uno. È vero che si parte gregari o capitani, ma intanto i capitani non vincono da soli e poi le gerarchie si fanno dal basso, sulla strada e non è raro che i ruoli si invertano in corsa. E ogni tappa è una storia da scrivere, un gregario può sempre avere il suo momento di gloria e non necessariamente il più forte in gruppo vincerà la tappa, ma può essere il più determinato in fuga o il più astuto nello sprint finale.

Ma soprattutto è uno sport democratico verso l’esterno. In primis verso il proprio tifo. Il ciclismo corre per le strade e per le piazze, si offre gratuitamente a tutti coloro che desiderano vederlo. Non ci sono tribune d’onore o biglietti riservati, non ci sono cordoni che impediscano di piazzare una bandiera sul marciapiede o scrivere messaggi sulla strada. La libertà che il tifoso del ciclismo ha è un bene prezioso per questo sport, perché lo nobilita e regala immagini memorabili lungo le salite più iconiche dei giri.
In secundis è libero perché, come dice Mauro Berruto, il ciclismo è «aperto al mondo». Ogni corsa attraversa il mondo ed è occasione per ammirare le sue bellezze.

Ma è proprio questa apertura democratica e libera ciò che lo espone ai maggiori rischo. Le neutralizzazioni e le modifiche di percorso a causa del meteo avverso sono parte della storia del ciclismo da sempre, così come numerosi sono stati i casi di tifosi che con comportamenti imprudenti hanno provocato cadute e rovinato possibili vittorie. Gli avvenimenti della Vuelta sono l’estrema rappresentazione di questo conflitto: il mondo che il ciclismo attraversa è in subbuglio e finisce col travolgerlo.

Ma poi penso: se invece fosse stato destino? Si può avere l’opinione che si crede sul movimento pro-pal (e delle sue ambiguità rispetto ad Hamas), ma non si può negare che alla radice di esso vi sia la ricerca dell’affermazione della democrazia e della libertà. E il ciclismo forse era l’unico palcoscenico sportivo che avrebbe potuto ospitare questo tipo di manifestazioni. Sicuramente non è l’unico democratico e libero, ma il più esposto mediaticamente tra quelli di questo tipo. Se in un momento in cui la voce di Gaza fatica ad essere ascoltata, il ciclismo si fosse offerto per fare da megafono? Se quindi le proteste che sembra abbiano falsato la competizione sportiva, l’avessero nobilitata definitivamente? Pensateci: se il giudizio della Storia sulle proteste sarà positivo (come sarà), i luoghi e i momenti della sua affermazione saranno visti positivamente. E a quel punto saranno le qualità morali di questo sport a risaltare.

Secondo spunto: si può parlare e pedalare (oppure organizzare) in contemporanea
Secondo nodo: gli atleti sono “innocenti” ma non sono indifferenti. È vero, e va ribadito con forza, che i corridori si allenano anni, che ogni vittoria è il risultato di sacrifici quotidiani e che la loro presenza in gara, fosse anche nella team Israel Premier-Tech, non equivale a un’assunzione di responsabilità politica su conflitti lontani.
Ma i ciclisti non sono manichini. Hanno una biografia, una rete di relazioni, contratti, sponsor, e — prima ancora — una voce pubblica. Pretendere che il loro corpo sia unicamente un veicolo per lo spettacolo, senza riconoscere che parola e azione sono parti inestricabili della figura pubblica, è ingenuo e anzi li assolve dalle responsabilità morali che dovrebbero direttamente discendere dalla visibilità mediatica.

Al pari dei corridori, anche le istituzioni sportive hanno una responsabilità morale, in quanto connaturato al loro ruolo vi è la difesa dei valori associati dello sport. La reazione dell’UCI, che ha condannato lo sfruttamento dello sport per fini politici, è comprensibile nella misura in cui tutela la sicurezza degli atleti e l’integrità delle competizioni, ma non può concludersi in una sterile condanna delle proteste.

Si pretende che lo sport resti neutrale di fronte a una realtà che neutrale non è. Non possono lasciarci indifferenti le immagini che arrivano da Gaza, né è neutrale un team che nasce con lo scopo esplicito di promuovere l’idea dello Stato di Israele, la stessa idea in nome della quale il governo israeliano sta compiendo un genocidio.

Un comportamento del genere non è imparzialità, è inettitudine. E quando si è inetti si lascia che gli altri prendano le parti al proprio posto. In questo senso, per anni la Israel ha preso la sua parte, facendo “sport-washing” indisturbata. Ora, il movimento pro-pal ha potuto prendere e ha preso una parte al posto dell’UCI e di molti dei ciclisti.
(a supporto di questa tesi, porto anche la probabile eventualità che se la Israel Premier-Tech fosse stata esclusa – e cioè se l’UCI avesse preso una parte – le proteste non sarebbero mai scoppiate).

Riflessioni, non sentenze
Chiudere il dibattito con una sentenza netta sarebbe comodo ma ingannevole. Il giudizio, come sempre, dev’essere esercitato con freddezza e memoria lunga: tra qualche anno potremmo scoprire che ciò che resterà della Vuelta non è il rammarico per una parata mancata, ma l’immagine di una piazza che ha urlato per Gaza e che ha costretto lo sport a misurarsi con una causa.

D’altra parte, sebbene abbiano rappresentato una frangia minoritaria, ci sono stati manifestanti i cui atti hanno messo a rischio l’incolumità degli atleti. Più le proteste montano e più questi episodi rischiano di aumentare, soprattutto in un movimento come quello pro-pal che spesso nasce come spontaneo e poco organizzato, senza servizio d’ordine o leader di piazza che cercano di dare una linea di comportamento.

Inoltre, le proteste della Vuelta hanno comunque impedito a professionisti che si sono allenati per anni di raggiungere i loro obiettivi e che sulle competizioni come la Vuelta si giocano una importante fetta della loro carriera, e quindi vita.

Queste due preoccupazioni si fanno sentire tanto più perché ieri, domenica 21, sono iniziati i Mondiali di ciclismo (in Ruanda, a proposito di sport-washing) e a seguire ci saranno gli Europei. La possibilità che azioni analoghe vengano replicate pone gli organizzatori davanti a dilemmi profondi — e non soltanto logistici ma, come visto, anche morali.

È sicuramente possibile, anzi è necessario, sostenere entrambe le cose: tutelare la sicurezza degli atleti e rispettare il loro lavoro ma, al tempo stesso, riconoscere il valore civile di una protesta che da voce a una tragedia umana. Non è un dilemma scontato, lo è sicuramente molto meno di quanto facciano pensare gli slogan che entrambe le parti offrono come soluzioni rapide.

Mentre cerchiamo una risposta, la Storia continua a correre. A Madrid è arrivata prima e forse, questa volta, è stato giusto così.

di Alessandro Ceschel

 

[foto di copertina © Montecuz Foto]

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