L’IPO di SpaceX e il solito gioco di Musk

Oggi, 12 giugno 2026, SpaceX debutta al Nasdaq con il ticker SPCX. Il prezzo fissato è 135 dollari per azione, per una raccolta di 75 miliardi di dollari e una valutazione complessiva di 1,77 trilioni. È la più grande IPO della storia, superando di oltre due volte il precedente record detenuto da Saudi Aramco, che nel 2019 raccolse 29,4 miliardi.

Un’IPO è la prima volta in cui una società privata vende le proprie azioni al pubblico. Fino a ieri SpaceX era di proprietà di Elon Musk e di una ristretta cerchia di investitori istituzionali. Da oggi è, in teoria, di tutti.

Musk ha anche tenuto all’occhio il calendario per ragioni che vanno al di là della finanza: secondo quanto riportato dal Financial Times, avrebbe puntato al mese di giugno in parte per via di una rara congiunzione planetaria tra Giove e Venere, visibile nei giorni scorsi per la prima volta in tre anni. Il suo compleanno, il 28 giugno, cade qualche settimana dopo. Difficile capire fino a che punto si tratti di ironia, fino a che punto no.

SpaceX è nata nel 2002 con l’obiettivo dichiarato di colonizzare Marte. Nel tempo si è trasformata in qualcosa di più prosaico: un’azienda che guadagna soprattutto vendendo connessione internet tramite la rete satellitare Starlink, che conta oggi oltre dieci milioni di abbonati paganti. A febbraio di quest’anno ha incorporato xAI, la società di intelligenza artificiale di Musk, quella di Grok e del fu Twitter, in un’operazione che ha quasi raddoppiato la valutazione complessiva da 800 miliardi a 1,25 trilioni di dollari in poche settimane. Quello che si quota oggi è un conglomerato che abbraccia lanci spaziali, internet satellitare e intelligenza artificiale, presentato come se ciascuno di questi segmenti fosse destinato a dominare il proprio mercato.

I numeri raccontano un’altra storia. Nel 2025 SpaceX ha fatturato 18,7 miliardi di dollari, con una crescita del 33% rispetto all’anno precedente, ma ha anche perso 4,94 miliardi netti. Solo nel primo trimestre del 2026 le perdite operative hanno già raggiunto 4,3 miliardi. La società stessa, nel prospetto depositato alla SEC, ha scritto chiaramente di non poter garantire la redditività futura. Morningstar ha definito la valutazione “significativamente sopravvalutata.” Il rapporto prezzo/fatturato al momento della quotazione si aggira intorno a 95, in un settore in cui le aziende tech più profittevoli al mondo raramente superano quota 20. Significa pagare il valore di un’intera industria per un’azienda che ancora non sa come guadagnare.

A gravare ulteriormente sui conti c’è il debito: al 31 marzo 2026 SpaceX aveva 29,1 miliardi di dollari di passivo accumulato. La crescita dei ricavi da Starlink è reale, ma per molti analisti insufficiente a coprire le perdite generate dall’intelligenza artificiale. xAI ha bruciato circa 2,5 miliardi di dollari al trimestre dalla fusione in poi. Sono soldi che adesso, in buona parte, vengono coperti dai 75 miliardi raccolti oggi.

A rendere il quadro ancora più interessante c’è la storia delle promesse di Musk. Un’analisi del New York Times ha esaminato circa 600 impegni pubblici presi dal fondatore di SpaceX nel corso della sua carriera, concludendo che soltanto il 19% è stato mantenuto rispettando le scadenze dichiarate. Nel 2016 aveva garantito una missione con equipaggio su Marte entro il 2025. Marte aspetta ancora. I taxi autonomi di Tesla sarebbero dovuti essere su strada nel 2020, poi nel 2022, poi ancora dopo. Il DOGE avrebbe tagliato 2 trilioni di dollari di spesa pubblica federale; la cifra è scesa a 1 trilione, poi a “centinaia di miliardi.” Oggi buona parte del valore di SpaceX si regge sull’ultima promessa in ordine di tempo: data center orbitali alimentati da intelligenza artificiale, una tecnologia che al momento non esiste. Democracy Now ha citato un analista che ha descritto l’intera operazione come “un massiccio trasferimento di ricchezza,” con una valutazione basata su progetti ancora sulla carta.

La storia delle grandi IPO tecnologiche degli ultimi anni non è incoraggiante. Uber è quotata dal 2019 e ha impiegato anni a tenere stabilmente il prezzo di lancio. WeWork non ci è mai arrivata. Secondo dati elaborati dal professor Jay Ritter dell’Università della Florida, le IPO del periodo 2012-2021 hanno battuto l’S&P 500 in media del 23,6% nel primo giorno di quotazione, per poi restituire quei guadagni nel giro di tre anni, con un rendimento medio complessivo del 10,6%.

Ma il dettaglio più rilevante riguarda chi compra e a quali condizioni.

In un’IPO tipica, agli investitori retail, cioè alle persone comuni, viene riservato tra il 5% e il 10% delle azioni disponibili. Musk ha destinato circa il 30% dell’offerta ai piccoli investitori, tre volte la norma. Una scelta presentata dai suoi come un atto di generosità verso la “base fedele.” Il CFO Bret Johnsen lo ha detto esplicitamente durante il roadshow: “il retail sarà una parte critica di questa operazione, più di qualsiasi IPO nella storia.” L’entusiasmo è stato tale che il libro ordini si è riempito con quasi 150 miliardi di dollari di domanda per 75 miliardi disponibili. Reuters l’ha definita “uno dei più grandi FOMO trade dell’anno.” ABC News e NPR hanno pubblicato articoli mettendo in guardia i piccoli investitori sui rischi di un comportamento speculativo.

Vale la pena ricordare che Musk ha personalmente scelto le banche incaricate della distribuzione al dettaglio: Bank of America per i clienti facoltosi, E-Trade di Morgan Stanley e Robinhood per i piccoli risparmiatori. A fine maggio aveva anche dovuto intervenire su X per smentire le voci che Robinhood e SoFi sarebbero stati esclusi dall’offerta, calmando gli animi di un’utenza che da giorni premeva per avere accesso.

Questa generosità, a guardarla bene, ha una logica precisa. Musk mantiene oltre l’82% dei diritti di voto dopo la quotazione. I nuovi azionisti retail ricevono azioni di classe A, con un solo voto ciascuna, mentre le sue azioni di controllo pesano enormemente di più in ogni decisione societaria. Si acquista il rischio finanziario di SpaceX senza avere alcuna voce in capitolo sulla sua gestione. E mentre i piccoli investitori entrano, gli insider, dipendenti e primi finanziatori, potranno iniziare a vendere già in agosto, subito dopo il primo report trimestrale post-quotazione. L’unico ad aver accettato un blocco più lungo è Musk stesso, per 366 giorni.

C’è poi la questione degli indici. SpaceX sarà inclusa, con deroghe ai criteri ordinari, nel Nasdaq-100 e potenzialmente nell’S&P 500 entro fine anno. Tutti i fondi passivi che replicano quegli indici, compresi quelli in cui milioni di americani versano i risparmi pensionistici, saranno costretti ad acquistare SPCX automaticamente. Acquisti forzati per decine di miliardi che assorbiranno il flottante disponibile, mentre gli insider aspettano il momento giusto per uscire.

Non c’è nulla di illegale in tutto questo. Eppure è difficile non notare come la narrazione di Marte, dell’AI e del futuro serva a giustificare una valutazione che i numeri da soli non reggerebbero, e come il piccolo investitore sia stato messo al centro della storia non perché ne tragga necessariamente vantaggio, ma perché serve a tenere il prezzo alto e il capitale in circolazione.

Fonti:

Reuters/CNBC: https://www.cnbc.com/2026/06/03/spacex-ipo-stock-price-roadshow-musk.html

NPR: https://www.npr.org/2026/06/11/nx-s1-5853199/spacex-ipo-price-elon-musk

ABC News: https://abcnews.com/Technology/wireStory/spacex-regular-investors-stock-launch-clicking-buy-133740705

Il Post: https://www.ilpost.it/2026/05/21/spacex-borsa/

Motley Fool: https://www.fool.com/investing/2026/06/06/spacex-ipo-greatest-fleecing-retail-investors-ever/

Al Jazeera: https://www.aljazeera.com/economy/2026/6/11/musks-1-8-trillion-spacex-ipo-could-be-highly-undesirable-for-some

Financial Times: https://www.aol.com/news/elon-musk-floats-mid-june-173947187.html

Foto di Indrajitsingh da Pixabay

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