Una, cento, mille vite non fanno una verità

Riflessione sul fatto che se un corpo cade in mare fa rumore, anche se nessuno lo sente.

All’inizio di febbraio, nel Mediterraneo centrale, fino a mille persone migranti sono morte in una serie di naufragi avvenuti nei giorni del ciclone Harry. Le ricostruzioni dei pochi sopravvissuti e dei familiari delle vittime parlano di molte imbarcazioni salpate soprattutto dalla Tunisia e poi scomparse.
Mille vite e zero voci: nessun cordoglio da parte del Governo italiano e né di quello maltese. Di chi ha perso la vita in mare non si deve, non si può e non interessa parlare.

Non si deve parlarne perché non si può dire che il numero di “zero sbarchi” è un vuoto riempito dalla tragedia di chi non arriva perché non può più arrivare. Per questo i giudici che applicano il diritto europeo e internazionale e chiunque si permette di criticare i centri di detenzione in Albania viene tacciato di essere “anti-italiano”. Perciò  le persone e le associazioni che salvano vite, in mare e ai confini, specie con la Slovenia, sono oggetto di strette normative e accanimenti amministrativi.
Non passa mese senza che una nave di salvataggio di una ONG venga costretta a tragitti lunghissimi per arrivare a porti di sbarco insensatamente lontani o sottoposta a fermi amministrativi da parte del ministero, spesso dichiarati illegittimi dalla Consulta. Il messaggio politico è chiaro: salvare le vite è vietato.

Immaginate un Governo che decide di multare chi presta soccorso a un vostro parente che sta per morire. Immaginate che le ambulanze anziché arrivare all’ospedale più vicino devono andare più lontano. Immaginate una città con ambulanze ferme nei garage degli ospedali perché il Ministero ha deciso così. Immaginate un Governo che celebra gli ospedali vuoti. Sarebbe crudele, disumano. Sarebbe il Mediterraneo.

Se accadesse nelle nostre città e di fronte ai nostri occhi, si scatenerebbe una rivoluzione. Eppure accade e non diciamo nulla. Anzi, spesso non sappiamo nulla, come qualche settimana fa.

Non esiste immagine più impressionante e più straziante di quella che chiamiamo era della “post-verità” che la cancellazione financo della vita e della morte. Vita e morte sono infatti le verità più evidenti della realtà, rappresentanti forse l’unica verità indiscutibile sul piano conoscitivo (in principio: sul fatto che si viva e si muore non c’è discussione e né sul fatto che una persona sia viva o morta in un dato momento).

Eppure, nella dinamica della post-verità, la verità, tutta la verità, può essere messa in discussione. Si badi, la verità non è il giudizio politico sul Governo, la verità è la tragedia quotidiana del Mediterraneo.
La stessa tragedia, e quindi verità, che viene ignorata e nascosta, perché nessun essere umano può ignorare una morte che vede ma può evitare di vederla e di farla vedere. La stessa tragedia, e quindi verità, persino negata, attribuendola a genitori “irresponsabili” che fanno partire i figli e dunque negando l’inevitabilità di certe partenze.

Anche se la finzione e la negazione possono poco di fronte alla verità dei corpi che il mare restituisce, come a Cutro quasi due anni fa. L’arma più potente della post-verità è invece la sostituzione: la realtà non viene contestata, viene resa marginale; non viene falsificata, viene resa irrilevante dalla contro-narrazione che fa leva sull’emotività.

Sono stati scritti articoli, saggi e spese fin troppe parole per rispondere alla narrazione della destra sui motivi e sulle dinamiche che spingono le persone a partire, ma hanno perso la sfida della narrazione. In questo modo, la tragedia del Mediterraneo non entra nella “narrazione”, quindi non viene raccontata. Ciò che non viene raccontato non “esiste” e ciò che non esiste può morire senza scandalo.

Così la verità cade sconfitta dalla post-verità. Un tempo si diceva che la verità fosse l’arma più potente, forse ora non più, ma è ancora l’unica che ci rimane per riconquistare, con fatica, l’umanità. Infatti, una volta che una narrazione diventa egemone, non basta “riportare i fatti”: chi prova a riportare il discorso sulla verità deve partire dal punto in cui la narrazione è arrivata, e riavvolgere il nastro, ricostruire a ritroso i passaggi, smontare le semplificazioni, attraversare le emozioni che quel racconto ha già catturato. Il paradosso è che deve farlo con una persuasione che la verità, spesso, non possiede: perché la verità è complessa, scomoda, non consola.

Quando la narrazione si sostituisce alla realtà, accade anche un secondo paradosso: la realtà diventa “incoerente” e quindi sospetta. Mille vite spezzate stonano con il racconto della “riduzione degli sbarchi” e del controllo delle partenze tramite accordi con Paesi terzi; e ciò che stona, nel discorso pubblico, viene semplicemente espulso. Non resta nel silenzio per caso: resta nel silenzio per coerenza.
Succede così che la narrazione post-vera esce da sé e si verifica: influenza priorità, risorse, procedure, scelte, leggi.

Un albero cade nel bosco: se nessuno lo sente, fa rumore? Si chiedeva George Berkeley, mentre ragionava che il mondo esiste solo quando lo percepiamo. Era un’epoca più solare, la sua. Oggi gli alberi non ci sono più mentre sono i corpi a cadere. E un corpo che muore in mare fa rumore, anche se nessuno lo sente.


di Alessandro Ceschel

Amara ironia: la frase che ispira il titolo, “Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità”, è spesso attribuita a Goebbels, che però sembra non averla mai pronunciata.


[immagine di copertina: Cristo nella tempesta sul mare di Galilea. Rembrandt, Public domain, via Wikimedia Commons]

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