“Mi aspettano a Torino, mi aspetta il mio Consiglio dell’Ordine”

In ricordo dell’Avv. Fulvio Croce

Ho una frase davanti agli occhi, letta per la prima volta su un quadro affisso all’interno della Camera Penale di Roma. Una sorta di monito al contrario che riecheggia nella testa e che mette radici piano piano, pazientemente in attesa che se ne colga appieno il significato. Queste caratteristiche, la lentezza, e la sua gemella inconscia, la latenza, appartengono propriamente ai classici: non a caso è una frase tratta da un celebre dramma di William Shakespeare, l’Enrico VI. La frase recita: “per prima cosa, uccideremo tutti gli avvocati”. Un colpo travolgente: una frase del genere collocata nel tempio degli Avvocati? Era puro atteggiamento di sfida? Assolutamente no. Era, ed è tutt’ora, una grande presa di coscienza sul ruolo, passato e attuale, degli Avvocati, categoria che soffre da tempo di un processo di desacralizzazione; una categoria sminuita e scarsamente considerata rispetto ai protagonisti pubblici del processo penale. Nel dramma shakesperiano la frase in questione viene pronunciata da Dick il macellaio, un seguace del rivoluzionario irlandese Jack Cade, capo di una rivolta promossa contro il Re Enrico VI. Pur prescindendo dalle reali intenzioni del drammaturgo inglese, il quale fa pronunciare una simile frase plausibilmente per suscitare ilarità nel pubblico, emerge un fatto indiscutibile benché spesso trascurato: gli Avvocati, custodi della democrazia e dello Stato di diritto, rappresentano uno dei bersagli principali per chi vuole imporre un regime autoritario e per chi intende sovvertire l’ordine sociale. L’esercizio del diritto di difesa, inviolabile e per definizione libero, è uno dei primi a subire ferocemente la repressione. Non a caso esiste un giorno, il 24 gennaio, in cui ogni anno si celebra la Giornata Mondiale dell’Avvocato in Pericolo, in ricordo del massacro di Atocha, a Madrid, avvenuto il 24 gennaio 1977, nel pieno della transizione fra la dittatura franchista e la democrazia. L’attacco, perpetrato da un commando terroristico di estrema destra all’interno di uno studio legale, finì per causare la morte di tre avvocati giuslavoristi, uno studente di legge e un collaboratore, nonché il ferimento di altri quattro avvocati. L’obiettivo della Giornata e, soprattutto, della Fondazione omonima, è quello di sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale sulle persecuzioni, le minacce, le radiazioni, le detenzioni arbitrarie e, addirittura, gli omicidi, di cui sono vittime gli Avvocati in ogni angolo del globo per il semplice fatto di essere tali e di svolgere coraggiosamente la propria professione. Ogni anno è dedicato a un Paese a rischio (c.d. “Focus Country”), si tratta perlopiù di Stati in cui si registrano deficit democratici e che vedono insediati malcelati regimi autoritari: gli ultimi sono stati Bielorussia, Pakistan, Azerbaijan, Turchia e Iran. L’Italia è tra i Paesi più sicuri in tal senso ma anche nella nostra storia recente non è mancato un episodio che ha visto l’estremo sacrificio di un Avvocato, Fulvio Croce, in nome delle leggi e della Carta Costituzionale, le stesse su cui aveva prestato giuramento. Questo articolo è volto a ricordarne la storia e l’alto esempio.

IL FATTO

Il 17 maggio 1976 ebbe inizio a Torino il processo al nucleo storico delle Brigate Rosse, istruito dal giudice Gian Carlo Caselli. All’interno della Corte di Assise di Torino si respirava un clima di terrore, siamo nel vivo degli Anni di Piombo. Gli imputati sono quarantasei, undici dei quali già detenuti tra cui gli “eccellenti” Renato Curcio, Alberto Franceschini, Prospero Gallinari e Paolo Maurizio Ferrari. Il principale capo di imputazione li vede accusati di “aver organizzato una banda armata denominata Brigate Rosse avente per fine la soppressione violenta degli ordinamenti politici, economici e sociali dello Stato italiano, elaborando un programma generale politico di attacco al cuore dello stato”. I brigatisti reagirono, secondo uno schema senza precedenti, opponendo al processo penale nei loro confronti il c.d. processo guerriglia contro lo Stato sostenendo che “la Rivoluzione non si processa!”. L’obiettivo era evidente: delegittimare la Corte in quanto promanazione dello Stato-Regime e, in definitiva, paralizzare e impedire la celebrazione del processo. Si trattava della prima messa in pratica in Italia del “procès de rupture” (trad. “processo di rottura”), teoria resa nota dall’avvocato penalista e attivista francese Jacques Vergès, consistente nel negare legittimità al Tribunale giudicante con conseguente trasformazione delle aule di giustizia in arene politiche in cui è lo Stato stesso ad essere messo sotto accusa. Le udienze erano, infatti, scandite dalle intimidazioni e minacce rivolte dai brigatisti ad avvocati, magistrati e alla giuria popolare in aula, tutto era ammesso purché si impedisse alla macchina della giustizia (e quindi allo “Stato Imperialista delle Multinazionali”) di giudicarli. Uno strumento particolarmente incisivo adoperato dagli imputati consisteva nella lettura di comunicati. In particolare, il giorno della prima udienza, il brigatista Paolo Maurizio Ferrari lesse, a nome di tutti gli altri, una sorta di manifesto programmatico del processo guerriglia: “Ci proclamiamo pubblicamente militanti dell’organizzazione comunista Brigate Rosse. E come combattenti comunisti ci assumiamo collettivamente e per intero la responsabilità politica di ogni sua iniziativa passata presente e futura. Affermando questo viene meno qualunque presupposto legale per questo processo. Gli imputati non hanno niente da cui difendersi. Mentre al contrario gli accusatori hanno da difendere la pratica criminale antiproletaria dell’infame regime che essi rappresentano. Se difensori, dunque, devono esservi, questi servono a voi Egregie Eccellenze. Per togliere ogni equivoco revochiamo perciò ai nostri avvocati il mandato per la difesa e li invitiamo, nel caso fossero nominati d’ufficio, a rifiutare ogni collaborazione con il potere. Con questo atto intendiamo riportare lo scontro sul terreno reale, e per questo lanciamo alle avanguardie rivoluzionarie la parola d’ordine: portare l’attacco al cuore dello stato”. (Udienza del 17 maggio 1976).

Questa prima brevissima udienza, durata il tempo della lettura del comunicato, vide i brigatisti appellarsi a un inesistente diritto all’autodifesa che li portò a revocare il mandato difensivo a tutti i difensori di fiducia. A seguito della revoca dei mandati, il Presidente della Corte di Assise di Torino, Dott. Guido Barbaro, individuò, di concerto con il competente Consiglio dell’Ordine, un elenco di nominativi di possibili difensori d’ufficio e, conseguentemente, provvide a nominarli. Tale nomina ebbe evidentemente vita breve giacché i brigatisti, nel corso della seconda udienza tenutasi il 24 maggio 1976, tacciarono di collaborazionismo con il “regime” gli avvocati d’ufficio e li minacciarono “con le conseguenze che ne potranno derivare”. Piegati comprensibilmente dalla forza intimidatrice dei brigatisti, tutti i neonominati difensori rimisero il mandato. Ma il nostro ordinamento giuridico non ammetteva (né ammette tutt’ora) uno scenario in cui l’imputato è sprovvisto di avvocato difensore. Si attivò così un meccanismo, previsto dall’art. 130 co. 2 del vecchio codice di rito e volto a garantire la difesa ad ogni costo, che portò alla nomina dell’allora Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Torino, Fulvio Croce, civilista rinomato, 75 anni, ex alpino e partigiano, il quale accettò senza esitazione, con coraggio e piena consapevolezza della sorte che lo attendeva. Lo fece per rispetto delle istituzioni, per un innato senso del dovere nei confronti di quello Stato Democratico che aveva visto nascere dopo la barbarie del nazifascismo. L’Avv. Croce designò gli altri difensori che avrebbero collaborato con lui nella difesa dei brigatisti, individuandoli tra i suoi colleghi consiglieri dell’Ordine. Fra tutti ricordiamo l’Avv. Franzo Grande Stevens, delegato alla difesa dell’ideologo delle Brigate Rose, Renato Curcio. L’Avv. Croce riferì a tale riguardo: “Nominato difensore d’ufficio ai sensi dell’art. 130 c.p.p. dichiaro che, stante la pluralità degli imputati privi di difensore, dovrò delegare altri Colleghi alla difesa. Ed a questo proposito tengo fin d’ora a rendere noto che tutti i membri del Consiglio dell’Ordine – indipendentemente dalle opinioni di ciascuno di essi – mi hanno assicurato di essere pronti ad essere delegati alla difesa degli imputati in quanto si tratta di adempiere ad un preciso, seppur gravoso dovere, diretto e garantire l’attuazione della difesa tecnica secondo i principi della Costituzione […] il criterio di scelta è stato quello che si usa sempre in questi casi cioè di scegliere degli avvocati che fossero idonei a svolgere questo ruolo, cioè degli avvocati che fossero tecnicamente preparati”. Nel corso dell’udienza del 25 maggio 1976 la lettura di un altro comunicato consolidava la posizione assunta dai brigatisti tramite minacce sempre più esplicite rivolte all’Avv. Croce e ai suoi co-difensori: “Gli avvocati nominati dalla corte sono di fatto degli avvocati di regime. Essi non difendono noi, ma i giudici. In quanto parte organica ed attiva della contro-rivoluzione, ogni volta che prenderanno iniziative a nostro nome agiremo di conseguenza”. Il successivo 7 giugno l’Avv. Grande Stevens, d’intesa con l’avvocato Croce, sollevò dinanzi alla Corte d’Assise una questione di legittimità costituzionale dell’art. 130 del codice di procedura penale nella parte in cui imponeva all’imputato la presenza della difesa tecnica: a sostegno di tale tesi venne richiamato l’Art. 6 co. 3 lett. c. della Convenzione EDU laddove attribuisce all’imputato il diritto – non l’obbligo – di scegliersi un difensore o difendersi personalmente. L’indomani le B.R. avrebbero assassinato il Procuratore della Repubblica Francesco Coco. La Corte d’Assise dichiarò come manifestamente infondata l’eccezione di incostituzionalità il che portò l’Avv. Croce e i suoi codifensori ad assumere in pieno la difesa tecnica dei brigatisti. Il Destino non tardò a compiersi. La prima condanna non venne pronunciata in un’aula di Tribunale bensì in prossimità del focolare di qualunque avvocato: lo studio legale. Nel primo pomeriggio del 28 aprile 1977, cinque giorni prima della ripresa del processo, mentre si trovava nell’androne dello stabile che ospitava il suo studio di Via Perrone 5, l’Avv. Fulvio Croce venne intercettato da un commando di tre brigatisti: mentre uno fungeva da copertura e un’altra allontanava le segretarie dell’Avv. Croce, il terzo, dopo averlo chiamato “Avvocato!”, lo uccise con cinque colpi di pistola, una Nagant M1895, alla testa e al torace. L’attentato – definito come azione di guerra – venne immediatamente rivendicato dalle Brigate Rosse con una telefonata al quotidiano “La Stampa” e all’agenzia Ansa. L’assassinio dell’Avv. Croce aggravò ulteriormente lo stato di tensione e determinò il rinvio del processo «per impossibilità di costituire una giuria popolare», la quale venne formata dopo ben 40 estrazioni e 134 defezioni. “Sindrome depressiva” era la giustificazione maggiormente addotta. La prima giurata popolare ad accettare l’incarico fu Adelaide Aglietta, ai tempi segretaria del Partito Radicale. I difensori d’ufficio, su direttiva del nuovo Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Torino, si sarebbero limitati a garantire il rispetto delle regole processuali senza approntare alcuna difesa nel merito. Il processo riprenderà solo il 9 marzo 1978 e si concluderà il 23 giugno dello stesso anno: 29 condanne, 16 assoluzioni, nessuna pena esemplare. In poco più di 3 mesi di processo la scia di sangue scorrerà con una furia matematica: l’inizio e la fine saranno marchiati cinicamente dagli assassinii rispettivamente del maresciallo Rosario Berardi (10 marzo) e del commissario Antonio Esposito (21 giugno), entrambi altamente coinvolti nelle indagini contro i capi storici delle B.R. e componenti del Nucleo Antiterrorismo sotto l’egida del questore Emilio Santillo. L’acmé verrà raggiunta con il sequestro di Aldo Moro e l’uccisione della sua scorta il 16 marzo. Nel mezzo una Torino devastata dagli attentati: la gambizzazione dell’ex sindaco democristiano della città, Giovanni Picco (24 marzo), l’omicidio dell’agente carcerario Lorenzo Cutugno (11 aprile), il ferimento del caporeparto Fiat Sergio Palmieri (27 aprile). Il 5 dicembre 1977 l’Avv. Croce verrà insignito della Medaglia d’oro al valore civile con le seguenti motivazioni: “Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati e Procuratori di Torino, si distingueva, nell’assolvimento dell’incarico, per il profondo impegno, l’appassionata dedizione e l’alto senso morale. In un momento particolarmente delicato per l’integrità delle istituzioni repubblicane, noncurante delle minacce di morte ricevute, procedeva egualmente, onde non rallentare il corso di un processo, alla nomina dei legali d’ufficio per gli appartenenti ad una pericolosa organizzazione eversiva, dimostrando grande coraggio e assoluta fiducia nella forza della legge. Cadeva vittima di un vile attentato, sacrificando la vita in difesa dello Stato democratico”.

Nell’Aula Magna del Palazzo di Giustizia di Torino spicca la lapide che riporta la seguente dedica: “Il Presidente Fulvio Croce affrontò consapevole morte perché le Istituzioni repubblicane vivessero”. L’Avv. Croce, un gigante fatto di umiltà ed eroismo, ci consegna un esempio senza tempo e la tragica attuazione del suo motto: l’Avvocato non si fa, si è!

 

A cura della dott.ssa Maria Vittoria Rocchi Bongianni

FONTI

https://www.lastampa.it/alessandria/2017/04/28/news/l-esempio-di-fulvio-croce-e-il-ruolo-dell-avvocato-oggi-1.34625377/

https://torino.repubblica.it/cronaca/2018/06/25/news/torino_quarant_anni_fa_il_processo_alle_br_una_lezione_piu_che_mai_attuale_-200034378/

 https://www.pannunziomagazine.it/processo-alle-brigate-rosse-di-emilio-raffaele-papa/

https://www.torinomagazine.it/nel-nome-della-giustizia/

http://www.orsellistudiolegale.it/2021/04/28/28-aprile-1977-lassassinio-dellavv-fulvio-croce/

https://www.ansa.it/piemonte/notizie/2025/04/28/lora-piu-buia-della-notte-avvocati-ricordano-fulvio-croce_9cfb5d4e-33ae-4f23-a832-2ec6f8f4de77.html

https://terzultimafermata.blog/2023/04/24/28-aprile-la-giornata-del-difensore-dufficio-di-riccardo-radi/

https://www.consiglionazionaleforense.it/web/cnf-calendario/-/anno-dell-avvocatura-fulvio-croce-il-coraggio-del-dovere

https://www.ansa.it/piemonte/notizie/2025/05/16/salone-libro-croce-lavvocato-che-difese-i-suoi-assassini_abef25a6-8c2d-45f4-b5c8-12a094f6837c.html

https://www.ildubbio.news/avvocatura/torino-cinquantanni-dopo-quella-nube-di-paura-che-avvolse-la-citta-dellavvocato-croce-uwjgjiqk

https://torino.corriere.it/cultura/18_marzo_09/processo-brigate-rosse-l-inizio-fine-566eb4c2-237f-11e8-a79f-45565073a066.shtml

https://servicematica.com/fulvio-croce-lavvocato-che-mori-per-difendere-il-diritto/

https://ambrosioecommodo.it/approfondimenti/la-forza-dellesempio-leroismo-normale-di-fulvio-croce/

https://www.processopenaleegiustizia.it/assassinio-avv-fulvio-croce-autodifesa-difesa-ufficio

https://memoria.cultura.gov.it/la-storia/-/event/fact/be3c59cc-71ff-4f64-a3e2-912d9595e559%2320a43a7d-281d-4acd-8c22-b66b92c4cb42/Omicidio%20di%20Fulvio%20Croce

https://www.ordineavvocatitorino.it/ordine/fulvio-croce

https://www.ilpost.it/2014/08/18/avvocati-shakespeare-enrico-vi/

https://www.ildubbio.news/interviste/il-dovere-e-lorgoglio-di-essere-avvocato-senza-limitarsi-a-indossare-una-toga-cf1jpsz0

Il processo, gli eroi e i pavidi – Corriere.it

 

Immagine creata con l’intelligenza artificiale generativa

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